01-12-2008 Risuonano i corni della Milanese nella valle del Seveso

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Il meet di Montesolaro dalla scorsa stagione è tornata una tappa importante per la Società Milanese per la caccia a Cavallo, una tappa che non affonda nella storia della Società, risale infatti agli inizi degli anni ’80, ma è subito entrata nel cuore dei cacciatori menegnini per la partecipazione e la cortesia che la famiglia dei conti Radice Fossati offriva al “field” ed agli amici. Un gruppo di appassionati cavalieri sempre più numeroso che saliva alle primi propaggini della Brianza occidentale sin da quando la caccia di Montesolaro, che era stata pensata e voluta dall’amicizia tra il conte Carlo ed il conte Ludovico Bettoni nipote dell’eroico comandante della carica di Isbuscenski e a quei tempi master della Società Bresciana dei Percorsi a Cavallo per i “paper hunt”, era passata nella saldi mani della Società Milanese. E la muta dei cani aveva ancor di più dato lustro a quelle indimenticabili giornate di veloci galoppi alternate a ripide discese ed altrettanto ripide salite che infervoravano i cavalieri e mettevano a dura prova i cavalli.
Nei primi tempi le zone di caccia si allargavano verso i terreni che volgevano ad oriente di Villa Calvi, verso la valle del Lambro pur non raggiungendolo, ma la massiccia urbanizzazione che negli ultimi lustri ha caratterizzato questa parte della Brianza ha praticamente bloccato ogni possibilità di ritrovare gli ampi spazi aperti che il “draghunting” richiede. Strade nuove, stabilimenti, recinzioni s’erano impossessati completamente della zona dove si mossero prima i “paper hunt” della bresciana e poi i primi “draghunting” della Milanese. Ma rimaneva la valle del Severs che, anche se più stretta, è altrettanto bella ed offre altrettante possibilità di far galoppare un “pach” agile e consumato ad ogni impresa su qualunque terreno. E queste gesta, all’inizio sotto le nobili torri del castello visconteo di Carimate, che appariva ai cavalieri sul mezzogiorno nella sua livrea rossastra in laterizio, incorniciato dai beccatelli propri dell’antica architettura lombarda, proseguivano verso nord sino a sfiorare la severa Basilica di Vertemate, una delle più importati opere cluniacensi rimaste in questa zona, che svetta su uno sperone di collina dominante le piane dove la voce dei cani della muta s’alternava al corno del Master ed a quelli dell’equipaggio che li incoraggiavano a trovare e seguire la “strusa”. Le ore passavano tra una breve sosta per ricomporre il “pach” e l’altra, sempre raggiunti dai “suiveurs” che in auto li seguivano approfittando delle strade che s’attorcigliavano nella zona. Poi il detto “kill” finale, dopo una serie di poderosi ostacoli nei pressi di Villa Balbo, seguito dal il rituale consenso dei cacciatoti verso il Master. I cani ripartivano per il canile di Vergiate e cacciatori ed amici giunti a Villa Balbo godevano della solita ricca ospitalità conviviale offerta da Carlo Radice Fossati.
 


 

 

 

 
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